storia e arte
Coro Monastico
Il Quattrocento regala al complesso di Sant’Antonio in Polesine un rinnovato splendore artistico, oltre che la consacrazione della chiesa il 26 febbraio 1413. L’edificazione di un muro divisorio elevato fino al soffitto, divide in due la chiesa delle Benedettine, creando due poesie di tempo, di immagini, di atmosfere e dando vita a due anime nello stesso mondo. La parte “pubblica” dedicata allo splendore dello sguardo sui capolavori del Barocco padano e la parte “privata”, il Coro delle monache, più intima e scandita dagli stalli lignei, dal crocifisso policromo, dalle immagini incantevoli del maestro riminese cantore della vita di Cristo e della morte e Assunzione in Cielo di sua Madre. E poi ancora le figure dei santi da Sebastiano ad Antonio Abate; da Margherita di Antiochia a Francesco di Assisi; da Agata all’Arcangelo Michele e a tanti altri testimoni di fede resi una poesia in pittura.
Nel XV secolo, la cappella centrale della chiesa interna, vede la mano di pregevoli artisti ferraresi decorare immagini di Madonne e Santi in riquadri votivi fortemente voluti dalla volontà di due monache, suor Taddea de’ Boiardi (1406) e suor Agnese Fontana (1433), i cui nomi sono legati a famiglie prestigiose della Ferrara estense. E poi il coro nuovo: splende di intarsi preziosi che forgiano i legni di noce e le colonnine, probabile opera dei Fratelli Canozi di Lendinara.
Al centro dell’arcata della cappella del coro, su una travatura lignea, poggia un Crocifisso di legno policromo con il suo Calvario. Una Presenza viva, custode della preghiera quotidiana delle Benedettine, oggi più che mai, dopo il recente restauro che ha restituito allo sguardo, una figura di potente realismo, un modellato plastico ed elegante dove il volto di Gesù con il capo reclinato verso destra, ci dona un naturalismo senza eguali nel momento di massima drammaticità. L’opera quattrocentesca è stata collegata dagli studiosi ad un gruppo di statue lignee aventi lo stesso soggetto, che fanno capo al grande Crocifisso nella Basilica dei Frari di Venezia. La mano sconosciuta, che ha plasmato carne e sangue nella materia rendendola verosimile all’agonia del Redentore, appartiene forse ad un maestro di scuola tedesca o a un artista veneziano che l’ha portata a compimento tra il 1472 e il 1475.
Al XIV secolo risale anche la costruzione di tre cappelle di cui la maggiore presenta una bellissima “Annunciazione” affrescata da Domenico Panetti sotto l’oculo centrale. Nel XV secolo, la realizzazione di una nuova scala causa il parziale nascondimento degli affreschi trecenteschi della cappella di destra. Agli inizi del Cinquecento, i pilastri delle cappelle del coro vengono decorati con immagini di santi. Solo Santa Maria Maddalena è giunta fino a noi, mentre San Benedetto e San Placido sono frutto di un distacco e di una ricollocazione successive ascrivibili al Settecento.
La cura e l’amore per il canto e la musica, che da sempre hanno contraddistinto la comunità di Sant’Antonio in Polesine, trova conferma nel 1551, quando un meraviglioso organo di mano del Cipri, viene collocato nella cantoria. Una testimonianza del 1670 così asserisce: “Hanno queste Madri un buonissimo corpo di musica, alcune delle quali possono stare al pari delle più celebri cantatrici (…). Sono provviste ancora d’un corpo di ogni sorta di strumenti, essendo di queste organista Donna Adriana Rosselli, che mirabilmente alla loro armonia accompagna il suo suono”.
Nicolò Rosselli con la sua “Flagellazione” cinquecentesca – che domina la grata divisoria tra il Coro delle monache e la chiesa esterna – e l'”Adorazione dei Magi” di mano del Filippi – un tempo pala d’altare (oggi conservata nella Sala Capitolare) realizzata intorno al 1561, – ci restituiscono il ritratto di un monastero di profonda bellezza, ricchezza, spiritualità di alto profilo culturale. Frutto di questa sensibilità e delle donazioni elargite, è il moltiplicarsi di espressioni artistiche come le grottesche nel soffitto della cappella centrale, nella Sala Capitolare e nei postergali della chiesa esterna, gli affreschi e le tele della Cappella del Rosario.
Un discorso particolare merita la “Pietà” in terracotta. Questo Compianto, ospitato nella nicchia di destra della Cappella del Rosario, è probabilmente la risultanza della fusione di due opere distinte di autori ignoti. Gli studiosi propendono per Lodovico de’ Castellani o Alfonso Lombardi, ma non accantonano neppure l’idea che si tratti di due minori. Prende sempre maggior forza però il nome di Ludovico Castellani, scultore attivo a Ferrara nel XV secolo. Lo storico Antenore Scalabrini nelle sue “Memorie istoriche delle chiese di Ferrara” più volte indica, supportato da documenti d’archivio, come a Sant’Antonio in Polesine “nella Cappella a sinistra (…) dietro l’Altare, si vede un Mortorio del Salvatore Signor Nostro di statue al naturale di cotto, simili a quelle della Chiesa detta della Rosa, ma si stima siano quelle, che già erano nella Cattedrale sotto l’Altar Maggiore fino dell’anno 1456; opera di Lodovico de’ Castellani Scultore (…) come si ha dal Libro della Fabbrica del Vescovado fol. 134, e 161″. Le statue a grandezza naturale raffiguranti i personaggi evangelici, che piangono davanti al corpo di Cristo deposto dalla Croce, tra Quattrocento e Cinquecento, sono una peculiarità artistica del territorio padano. Le otto figure a Sant’Antonio in Polesine, sono la sintesi di due formazioni ben riconoscibili dalla differente sensibilità espressiva e stilistica. Il Compianto originale, secondo gli studiosi, fu collocato in Cattedrale attorno al Quattrocento e venne in seguito disperso “perché considerato superfluo”. Successivamente assemblato con un secondo gruppo di statue, ha dato origine al complesso in terracotta che, dopo un attento restauro, è custodito nella chiesa interna del monastero, in una nicchia risanata per poter permettere una perfetta conservazione dell’opera nei suoi colori inalterati. Abbiamo testimonianza della sua presenza nel monastero già ai tempi dell’occupazione francese, quando, abolita la clausura, in molti narrarono di essersi imbattuti in questi personaggi così misteriosi e singolari, maschere di dolore, che tanti richiami hanno alla tradizione teatrale delle Vie Crucis popolari.
Nella zona absidale della chiesa interna, la Cappella del Rosario conserva anche un altare a sinistra sovrastato da una Madonna di mano trecentesca contornata da otto pannelli raffiguranti altrettanti santi tra cui San Girolamo, San Carlo, Santa Teresa e San Isidoro. Questi, insieme al bellissimo paliotto d’altare in legno e foglia d’oro con altre figure di santi dipinte su tavolette ad olio, sono attribuiti al pittore ferrarese Carlo Bononi. La visita di San Carlo Borromeo alla tomba della Beata Beatrice nel 1580 è ricordata con il ritratto del santo ospitato anch’esso nella chiesa interna.
In questo mondo di straordinaria fede e di bellezza rara, irrompe sul finire del Seicento (secolo che vide un grande fervore religioso con il superamento di oltre cento tra monache ed educande ed il conseguente ampliamento delle strutture del monastero), il Barocco armonioso e ricco di Francesco Ferrari. Il maestro affresca il soffitto della chiesa esterna dando vita ad uno sfondato prospettico pieno di movimento, colore e armonia. Al centro il Padre Eterno, la Vergine con Gesù Bambino e i Santi Antonio e Benedetto. Tutt’intorno, il corredo di stucchi e tondi a rilievo, sono richiamo costante all’arte della musica e del canto – in cui le Madri Benedettine eccellono – con le raffigurazioni di Santa Cecilia e del re Davide con l’eptacordo. Ma il nuovo stile pittorico in auge nel XVIII secolo, travolge anche gran parte degli antichi affreschi della Cappella Centrale nella chiesa interna, che vengono coperti da un ciclo di “Storie di Agar”, storie che vengono rimosse nel restauro del dopoguerra, ma che causano la perdita definitiva di alcune figure originarie. Il Settecento dota la chiesa esterna di un’acquasantiera e di una tela raffigurante il Sacro Cuore. Siamo nel 1780. La Rivoluzione Francese è ormai alle porte, le farà seguito l’astro nascente di Napoleone. Bonaparte calerà come una meteora nella storia e procurerà ferite indelebili alla Chiesa, alla vita delle claustrali, al patrimonio artistico. Ma quella tempesta unita alla devastazione di due conflitti mondiali, non ha spento il fuoco della fede e la profondità della quiete spirituale che Beatrice continua ad emanare dalla sua casa. Anzi, le sue figlie spirituali, con più forza, hanno combattuto per custodire e restituire ai pellegrini la sua bellezza emozionante che ha sfidato i secoli.
