storia e arte

Gli affreschi
della scuola giottesca

La poesia religiosa volgare, la teologia monastica e insieme le grandi espressioni della pietà popolare, il cammino dell’esperienza artistica, che pervade il medioevo maturandolo sempre più verso accenti naturalistici frutto di una sensibilità che corre di pari passo all’esperienza storica, diventano nel Coro di Sant’Antonio in Polesine, uno straordinario teatro liturgico. Il ciclo pittorico è stato realizzato nell’arco di un quarantennio, tra i primi del Trecento – periodo in cui operano il Primo e il Secondo Maestro con le loro botteghe – e la metà del secolo, che ingloba l’opera del cosiddetto Terzo Maestro.
Le Madri Benedettine custodiscono un tesoro di incomparabile bellezza e unicità nel panorama ferrarese. Pochissime infatti sono le tracce pittoriche risalenti al XIII secolo, che si sono conservate nella capitale estense. Ancora più affascinante qui, è l’intreccio di mani e scuole differenti – che sposano insieme influenze riminesi, bolognesi, umbre – sotto l’unica egida di Giotto, che con la sua rivoluzione iconografica, ha aperto nella chiesa del medioevo uno squarcio dove l’immagine biblica non è più ieratica e statica, ma un vero e proprio “libro vivente”. Nella concezione religiosa del tempo infatti, la continua raffigurazione del sacro ha come scopo principale di ricordare le verità di fede. Proprio per questo motivo, le immagini di Cristo, della Vergine e dei Santi vengono fatte parlare mediante un repertorio di gesti e relazioni narrative comprensibile a tutti, perché la fonte letteraria da cui sono tratte è la Bibbia. La “Bibbia dei poveri” a Sant’Antonio in Polesine è la Scrittura raccontata per immagini, su muri che ci regalano ancora oggi, forme e colori di incantevole artisticità. Emozioni di un’epoca mai perduta, grazie alle figure che la incarnano nella sua essenza spirituale più profonda.
Non si sono trovati documenti che evidenzino gli autori né la committenza di questi affreschi, pertanto la loro lettura è stata dettata unicamente dal raffronto stilistico che ha portato all’individuazione di botteghe provenienti da aree geografiche differenti, anche se accomunate dalla figura percepita con toni più naturali propria di Giotto.
Gli studiosi individuano, nella cappella di destra, il cosiddetto Primo Maestro, artefice di alcune storie della Passione tra cui la scena di Cristo che sale sulla croce, rivisitazione della tradizione immaginaria bizantina. Questo pittore, dal sentire particolarmente poetico, presenta un forte richiamo all’iconografia umbra protogiottesca della fine del XIII e l’inizio del XIV secolo. Le sue Storie della Passione rappresentano il primo nucleo della decorazione del Coro di Sant’Antonio in Polesine. Il suo modo formale innovativo detto “protogiottesco” (cioè la raffigurazione di ispirazione classica e nel contempo viva) lo avvicina al modus operandi della scuola di Giovanni e Neri da Rimini e all’arte della miniatura di Bologna. Nelle due città, pur persistendo lo stile romanico locale sposato agli influssi bizantineggianti nel primo caso e alla cultura miniaturista nel secondo, si era fatta largo l’esperienza di Assisi di Giotto, che proprio a Rimini ha lavorato. I protagonisti del racconto biblico non sono più inseriti in uno spazio virtuale, ma animati da una nuova spinta realistica nei gesti, nei volti, nel movimento. L’esempio più eclatante è la Crocifissione. Legata da un punto di vista storico all’Oriente, nel medioevo e per tutta la teologia monastica, questa scena diviene il centro della preghiera con le grandi espressioni della pietà popolare. Il Primo Maestro la trasforma in un potenziale di altissima spiritualità, proprio perché la sua arte si è fatta sensibile all’esperienza storica e lo stile assume un tono fortemente drammatico, intrecciandosi con la poesia religiosa popolare, divenendone “sermo umile e sublime”. Tutte le scene affrescate dal Maestro sono infatti incessante volontà narrativa e teatrale, coinvolgente per chi le guarda, allora come oggi.

Artefice del ciclo dell’Infanzia di Gesù e delle Storie della Vergine, il Secondo Maestro di Sant’Antonio in Polesine sarebbe un artista del primo Trecento molto vicino alla bottega di Neri da Rimini. Gli studiosi lo pongono all’interno di un tessuto artistico ancora fortemente legato alla più antica tradizione romagnola, ma attraversato da nuovi impulsi di un sentire da molti definito “languido e moderno”. Le sue figure raccontano di ampi panneggi incastonati in contorni regolari, di larghe pennellate ricche di colori di intensa tonalità cromatica dove la terra di Siena mista al vermiglio vivificano un tratto ancora pieno di elementi bizantineggianti. I contorni schietti utilizzati dal Maestro, ma soprattutto “l’inquietudine silenziosa” di cui permea le sue scene, ne tradiscono l’incontro pressoché certo con la poetica innovatrice di Giotto. Dall’Adorazione dei Magi alla Strage degli Innocenti, all’interno del ciclo di Sant’Antonio in Polesine, sono costanti i richiami a figure, modi, particolari che appartengono al genio che opera ad Assisi, ma anche a Padova e Rimini. Gli storici propendono all’idea che il Secondo Maestro, attivo intorno al 1320, sia in realtà un ferrarese.

Influenzato dall’ambiente bolognese è il Terzo Maestro, che gli studiosi indicano di un “espressionismo narrativo, talora un po’ accusatamente popolaresco”. A lui si riconducono le sequenze finali della Passione. Nella cappella di destra si snodano tra gli altri episodi biblici, la Deposizione dalla croce, Cristo al sepolcro, le Marie al sepolcro, Cristo al Limbo. Lo studio iconografico del ciclo, rivela come il monastero di Sant’Antonio in Polesine sia stato fulcro di molte presenze culturali ricche di influenze. E nonostante i critici siano riusciti a dipanare il groviglio di queste ultime e a dare ordine ai differenti modi del sentire pittorico, essi sostengono che “questi gruppi ben riconoscibili non esauriscono il numero degli auctores”. La Decapitazione del Battista con la danza di Salomè e il Cristo al Limbo, che il Terzo Maestro raffigura nei registri bassi della parete di sinistra, raccontano un linguaggio diverso, un linguaggio “crudo”. I protagonisti, spogliati dell’ambiente e degli orpelli decorativi che ne avrebbero connotato un’aurea illustre, si trasformano in figure dai tratti anamorfici irreali rispetto alle classi di grandezza, teste dai capelli ispidi come serpenti, fiotti di sangue esagerati che fuoriescono dal tronco decapitato. Colori iperrealistici che denotano un vero e proprio plurilinguismo della mano che li ha creati. Il Cristo nel Limbo, così profondamente scolpito da solchi, restituisce allo sguardo un linguaggio figurativo nuovo, a tratti asprigno e pungente che si mescola, nel pathos della gestualità e nella mimica facciale enfatizzata, alla lezione di Giotto come nella Deposizione e nel Cristo al sepolcro. La Maddalena con le braccia alzate, ascrive la scena nell’ambito culturale dei Planctus liturgici, che venivano cantati il Venerdì Santo e che, fondati sugli episodi salienti della Passione, suscitavano grande turbamento nel popolo di un medioevo così ricco di fede, ma anche di paure e superstizioni ancestrali.
Nel Quattrocento, la costruzione di una scala compromette il riquadro con le Marie al sepolcro, ma contemporaneamente, così appoggiata a quel Trecento pittorico volutamente narrativo al punto da essere teatrale, fissa per sempre l’immagine più famosa ed emozionante dell’interno di Sant’Antonio in Polesine, di quel cuore di fede antichissimo e pur così ancora vivo e pulsante. Nella luce radente del tramonto che entra nel Coro delle monache, le forme e i colori della pittura ferrarese si fanno armonia di luce e di eleganza al pari del canto gentile delle figlie di Beatrice. Nella scena non è presente Cristo risorto, perché la rappresentazione della Resurrezione è appannaggio del Rinascimento italiano, mentre il ciclo trecentesco delle Benedettine si basa ancora su una concezione cristologica che dà maggiore importanza alla parabola Passione – Morte. In questo modo, il mondo raffigurato su queste pareti corrisponde alle grandi feste dell’anno, il Natale e la Pasqua, creando il Calendario illustrato dei misteri della Chiesa. Un calendario che rapisce e incanta per eleganza e bellezza, un tuffo che annulla tempo e spazio per l’intensità del suo messaggio insito nella radice più antica della comunità di Sant’Antonio in Polesine.