ora et… labora

Che cos’è la Lectio Divina?

La lectio divina è una tradizione
che il mondo monastico benedettino ha saputo valorizzare
e anche tramandare come fonte di vita spirituale.

La Lectio Divina

Questa espressione latina è tradotta in italiano con ‘lettura divina’, ma la traduzione non esprime la profondità del suo messaggio. Parlare di ‘lettura’ ci fa pensare ad un qualcosa che si legge per ingannare il tempo o per curiosità e che poi si lascia su uno scaffale. Oggi si legge velocemente, come quando ‘si da una lettura ai giornali’ per sapere qualcosa, per avere delle informazioni, ma senza la volontà di approfondire.
Invece la lectio divina inizia non con il colpire l’occhio, ma l’udito; inizia con l’ascolto, percepito non dalle orecchie del corpo, ma da quelle del cuore. San Benedetto inizia la sua Regola proprio partendo dall’ascolto: Obsculta, o filii (RB Prologo) e nei capitoli successivi dice: Lectiones sanctas libenter audire Ascoltare di tutto cuore le sante letture (RB 4,55). Dice libenter, di tutto cuore, volentieri, ribadendo che è un ascolto che deve ferire l’interiorità e non l’emotività. La lectio non deve arrivare a farci esultare e a dire: ‘che bello!’, come quando si apprezza, si gusta qualcosa di buono che, tuttavia, rimane nella sfera del sensibile, ma ci deve mettere in ginocchio e in silenzio di adorazione e di compunzione.
È ‘divina’ perché si ascolta la Parola di Dio che ci mette in comunicazione con Dio stesso. Attraverso di essa si arriva al Deum quaerere, al cercare Dio e Lui solo, fino a consentirci di immettere la nostra vita in Lui e far diventare sacra anche la nostra storia. Noi siamo incamminati verso Dio non da santi già confezionati, ma da poveri che desiderano diventare santi. Se si ha questa coscienza di sapere che si è povera cosa – coscienza di sé che scaturisce soltanto dal contatto con Dio – allora l’esperienza di vita spirituale sotto l’azione dello Spirito che può cambiarci, non ci turba minimamente.
I nostri occhi per progredire devono essere fissi su Gesù. Se stiamo nella verità davanti a Lui, tutto si semplifica. Dice il Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 21: Nei Libri Sacri, infatti, il Padre che è nei cieli viene con molta amorevolezza incontro ai suoi figli ed entra in conversazione con loro. Questo dialogo diventa un ‘tu per tu’, un ‘cuore a cuore’ con la Parola e con Colui che ce la indirizza come lettera intima e confidenziale: Che conoscano Te, l’unico vero Dio, e Colui che hai mandato, Gesù Cristo (Gv.17,3).

Come nasce?
La prima lectio divina della storia di cui si abbia testimonianza potrebbe essere stata impartita da Gesù stesso ai discepoli di Emmaus. Ad essi, infatti, Gesù, dopo la Risurrezione, avrebbe spiegato le profezie che si riferivano a Lui e che erano scritte nell’Antico Testamento.
San Benedetto al c. 48 della Regola stabilisce l’orario del monaco e la suddivisione della giornata: parla di Opus Dei; il tempo che rimane lo divide tra lavoro e lectio divina. Al v.1 viene proprio nominata come lectione divina (RB 48,1): l’ozio nuoce al vero bene dell’uomo, i fratelli devono, in tempi determinati, dedicarsi al lavoro manuale e in altre ore alla lettura divina (lectio divina). E in questo capitolo in tanti versetti ripete proprio: Si diano alla lettura (RB.48,4,10,13,14,17,18,22).
Questa tradizione divenne patrimonio della Chiesa fino al XII sec. per scomparire a favore di altre forme di preghiera introdotte da altre spiritualità sorte in quel periodo. Riapparirà con il Concilio Vaticano II con la Dei Verbum: in essa la Chiesa riscopre l’importanza della centralità della Parola.

Cos’è la lectio divina?
È ascolto della Parola di Dio e risposta di Dio attraverso la Parola.
Nei tempi antichi non c’erano giornali, riviste o internet. La Bibbia troneggiava quasi come unico libro. Se la Bibbia era il libro per eccellenza, anche il monaco era l’uomo della Bibbia. E così deve essere anche per noi, imparando non a leggere i commenti dei testi, ma i testi!
La Chiesa ha sempre venerato le divine Scritture, così come venera il Corpo stesso del Signore e non cessa di porgere ai fedeli il Pane di vita preso dalla mensa della Parola di Dio e del Corpo di Cristo.

Come si fa la lectio divina?
Origene si esprime così: Scriptura sui ipsius interpres, ossia l’interpretazione di una parte della Scrittura è possibile solo mediante la ricerca ed il confronto con altre parti della Scrittura stessa. Nella Bibbia tutte le note a fianco servono proprio a far parlare la Scrittura con la Scrittura. Facendo così, veramente la Parola di Dio è viva, efficace… (Ebr.4,12) e diventa un dialogo continuo col Signore. Il Profeta Isaia è molto concreto e ci dice: (55,10,11) Come infatti la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere irrigato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, perché dia il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà della parola uscita dalla mia bocca: non ritornerà a me senza effetto, senza aver operato ciò che desidero e senza aver compiuto ciò per cui l’ho mandata.

A cosa serve?
Serve ad incontrare il Signore. La lectio non serve a qualcosa, ad un fine, ma serve a chi legge.
Tuttavia, nessuno può fare da sé. Il Concilio Vaticano II è chiaro: La Sacra Scrittura deve essere letta e interpretata con l’aiuto dello stesso Spirito mediante il quale è stata scritta (Conc. Ecum. Vat. II, Dei Verbum, 12,3). Quando si impara a conoscere la Scrittura, si diventa avidi di conoscerla, si avverte il bisogno di nutrirsene. Il vescovo Isidoro di Siviglia parla della lectio come di cibo prelibato per il nutrimento spirituale dell’anima, di maestra che istruisce il cuore illuminandolo, di rimedio medicinale necessario per la correzione dei peccati e la compunzione.
Se è cibo e maestra e rimedio, questo alimento deve essere continuativo, e quindi quotidiano. Nessuno si nutre un solo giorno all’anno pensando di sopravvivere o frequenta la scuola un solo giorno pensando di essere così sufficientemente istruito, o assume un farmaco un solo giorno se è veramente malato. Se trasferiamo la necessità spirituale a quello che è l’esempio umano, la comprensione è immediata. Per questo il motto benedettino ora et labora dovrebbe aggiungere anche il verbo lege, leggi, ossia fai la lectio.
San Gregorio Magno, con grande efficacia dice: Scriptura crescit cum legente … la Scrittura cresce con chi legge (Omelia VII su Ezechiele, libro I)

I momenti della lectio divina
Nel XII secolo, un monaco certosino di nome Guigo codificò il metodo noto ancor oggi col nome di lectio divina. Guigo descrisse le tappe più importanti di questo ascoltare-rispondere, che è poi l’arco di tutta la vita spirituale: 1. Lectio – 2. Meditatio – 3. Oratio – 4. Contemplatio.
La lectio è un esercizio che riguarda l’esterno; la meditatio è una comprensione interiore; l’oratio riguarda il desiderio; la contemplatio supera ogni capacità di percezione. Il primo gradino è dei principianti, il secondo è di quanti camminano, il terzo è dei fervorosi, il quarto è di quanti hanno raggiunto la pace. (Guigo il Certosino, Lettera sulla vita Contemplativa)

Oggi
La lettura della Bibbia possa avere in noi l’effetto descritto nel libro di Neemia, dove è narrato il ritrovamento della legge e come leggerla; termina con quella espressione: questo giorno è consacrato al Signore nostro; non vi rattristate, perché la gioia del Signore è la vostra forza (Ne 8,1-12)
La lectio divina ci aiuti e ci porti ad amare col cuore di Cristo e non come il mondo.

Voglio essere afferrato dall’Amore per potermi elevare al di sopra di me stesso trascinato in un vortice di fervore e di meraviglia…. Che io ami Te più di me, né me stesso io ami se non per Te, ed in Te io ami tutti coloro che veramente Ti amano, come vuole la legge dell’amore, luce che da Te irradia. (Imitazione di Cristo Libro III, cap. V, paragrafo 6).

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1. Lectio.
È il primo livello, il più superficiale, il più “esteriore”, ma che è indispensabile affrontare per passare ai livelli successivi.
In Monastero ci è stato insegnato di inginocchiarci prima di iniziare la lettura personale invocando lo Spirito Santo, perché ci parli e venga ad illuminarci. Perché la lectio sia proficua, non è necessario un tempo lungo, ma è utile darsi un tempo, anche breve, osservarlo e preservarlo da quanto si ha da fare.
Si inizia con la lectio (lettura) di un brano breve della Bibbia. Lo si legge lentamente e con attenzione (scrutatio). Da questo si procede a leggere i versetti a essa collegati seguendo i “riferimenti” agli altri passi simili ??, o quando ormai si conosce la Bibbia, si fa memoria di passi già ascoltati e attinenti al tema della lettura in corso: col tempo, questo viene spontaneo, poiché la Bibbia parla con la Bibbia.

2. Meditatio
Il secondo gradino è la meditatio (meditazione). Durante questa tappa si riflette sul testo, si ‘scava’ il testo per ascoltare e comprendere quanto ci viene detto.
Anticamente meditazione voleva dire ripetizione di uno scritto fino a saperlo a memoria: questa tecnica occupava tutto il corpo: la bocca ripete il testo, la memoria deve sforzarsi di ritenerlo nel cuore per poi metterlo in pratica. Secondo i Padri, la Parola è masticata e ruminata, ossia digerita e ri-digerita per coglierne tutta la profondità, il sapore. Giovanni di Fecamp (sec. XI) parla di gustarla in ore cordis nella bocca del cuore.
Un Detto dei Padri del Deserto attributo a Sant’Antonio il Grande afferma: “Al cammello basta poco cibo; egli lo conserva dentro di sé finché non ritorna alla stalla, lo fa risalire in bocca, lo rumina fino a che non entra nelle sue ossa e nella sua carne. Il cavallo invece ha bisogno di una grande quantità di cibo, mangia ad ogni momento ed espelle subito tutto quello che ha mangiato. Non siamo dunque come il cavallo, cioè badiamo di non recitare le parole di Dio ad ogni momento senza metterne in pratica nessuna. Imitiamo invece il cammello: recitiamo ogni parola delle sante Scritture custodendole in noi finché non le abbiamo compiute”
Così faceva Maria che meditava queste cose nel suo cuore (Lc2,19.51).
Dobbiamo mangiare la Parola con la stessa devozione e rispetto con cui consumiamo l’Eucarestia. Come siamo attenti a non sciupare una briciola della particola, così dobbiamo non trascurare nulla alla mensa della Parola.

3. Oratio
Come seguito della riflessione, si eleva una preghiera di lode, di ringraziamento, di supplica, di intercessione.
La preghiera nasce dalla lettura e dalla sua ruminazione; la Parola che ci è venuta incontro ora la si restituisce a Dio come preghiera. La lettura, infatti stimola la preghiera personale e prepara a celebrare la liturgia.

4. Contemplatio
L’ultima tappa della Lectio è la contemplatio cioè la contemplazione: è data in dono dallo Spirito.
Essa nasce esclusivamente dalla fede e in essa prende vita. È il momento in cui non si pensa, non si ascolta, non si prega, ma con amore si volge lo sguardo al tesoro desiderato e trovato.

5. Operatio
La parola letta, meditata, pregata, contemplata ora va messa in pratica.
Alcuni maestri spirituali oggi aggiungono l’actio (azione), ossia un proponimento conseguente a quanto si è meditato nella Parola, un’azione da compiere suggerita dalla Scrittura.

Conclusione: Perché possa essere acquisita quella custodia del cuore in cui la Parola si incarna e prende vita, in Monastero lungo la giornata cerchiamo di osservare il silenzio, affinché quanto è stato letto personalmente o celebrato insieme nella Liturgia delle Ore possa essere ruminato (ruminatio), ossia ripensato, fatto scendere in cuore ed essere portato nella preghiera per essere messo in pratica.