ora et… labora

Ospitalità

L’accoglienza-ospitalità è una dimensione fondamentale
della spiritualità benedettina.
Nell’ospite è il Signore che viene e passa:
«Ero pellegrino e mi avete ospitato» (Mt 25,35).
Questa frase del Vangelo è il fondamento del c. 53
della Regola di San Benedetto e delinea lo stile soprannaturale
con cui tutti gli ospiti che giungono al Monastero
sono accolti come Cristo in persona (v. 1).

 

All’ospite è offerto un tempo di silenzio, di raccoglimento e di riposo; secondo le sue possibilità condivide la nostra giornata di preghiera. Si comprende che la nostra ospitalità non è rivolta a chi transita in città per turismo o per studenti e lavoratori che cercano un alloggio.

In tempi non lontani, a Dio piacendo, potremo offrire spazi più ampi di accoglienza organizzando corsi di esercizi spirituali, giornate di ritiro …

 

Per prenotare,
telefonare al n. 0532.64068
dalle 9.00 alle 12.00; dalle 14.00 alle 16.45

 

L’accoglienza-ospitalità
nella Regola di San Benedetto

Il monaco saprà donarsi nella misura in cui, accolto dal Signore, vivrà «nulla anteponendo all’amore di Cristo» (cfr RB 4,21). Infatti, sa accogliere chi ha già fatto esperienza di essere stato accolto; solo così accresce la sua capacità di ospitalità.
Per una comunità monastica l’accoglienza richiede l’apertura verso l’altro; questa la fa sviluppare e maturare: l’ospite, prima di essere ricevuto e introdotto negli ambienti del Monastero, è accolto nel cuore. Tramite l’Abate e i fratelli incaricati, è la comunità intera che compie quest’opera di misericordia e tutti i monaci ne sono realmente partecipi: infatti, l’ospitalità non è limitata al breve periodo di accoglienza, ma è preparata prima e prosegue dopo, nel cuore di tutta la comunità orante.
Parlando di ospitalità, è evidente il suo legame, oltre che con il Mistero dell’Incarnazione, anche con il Mistero Pasquale, in cui l’Amore si esprime in gesti concreti, come la lavanda dei piedi, che San Benedetto prevede nel suo rituale dell’ospitalità. Oggi non è più praticata materialmente, ma rimane vera e attualissima nel suo significato spirituale. Il lavare i piedi agli ospiti – e il lavarsi reciprocamente i piedi (RB 35,9) – è uno scambio di accoglienza che mantiene vivo il senso della comunione fraterna con tutti, fondata sulla carità di Cristo che ha compiuto questo gesto di umiltà e di servizio lasciandoci un esempio (cfr Gv 13,15; 1Pt 2,21).
In questa comunione, armoniosamente trovano posto il silenzio e la parola, lo stare insieme e il vivere in solitudine, l’essere ritirati al mondo per amore di Dio e l’aprirsi a tutti i fratelli, nessuno escluso: il monaco, infatti, sceglie tutti, poiché sostanzialmente sceglie Uno solo, Cristo, nel quale tutti si ritrovano membra gli uni degli altri.

 

 

«Riunisci nel seno del tuo amore
il mondo intero…

…  e lì, avendo tutti riuniti, contempla i buoni e i cattivi. Rallegrati per gli uni e piangi per gli altri. Fissa il tuo sguardo su coloro che soffrono, su coloro che sono oppressi, e soffri con essi. Lì nella tua preghiera si diano appuntamento la miseria dei poveri, i singhiozzi degli orfani, la desolazione delle vedove, il dolore degli oppressi, i bisogni dei viandanti… A tutti spalanca un cuore pieno d’amore, versa per tutti le tue lacrime ed effondi la tua preghiera»
(Ælredo di Rielveaux).

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