storia e arte

Passi nella storia

Tra le abitazioni di canne e legno del Polesine, in cui si addossavano barcaioli, pescatori, facchini, mugnai, tintori e quanto altro possibile di un’umanità medioevale umile e variegata, si ergeva già nel 1216 il primitivo nucleo di quello che sarebbe diventato il Monastero di Sant’Antonio Abate. È del 7 giugno di quell’anno infatti, il primo documento che accerta che il prete Bernardo, “ministro di Sant’Antonio”, investe un certo Giovanni Bono di una casa con chiesa, situata sull’isola stessa. Non ci è dato di sapere se la chiesa fosse privata o pubblica e quali funzioni assolvesse. Testimonianze del 1229 indicano Giovanni Bono (Zanibono) come “pastore e rettore della chiesa del luogo di Sant’Antonio, chiesa eretta nella casa di quel luogo esistente sulla Giara”. Gli studiosi propendono all’idea che da lui prendesse nome l’ordine molto rigido dei Giamboniti, votati ad una povertà assoluta e distaccati dal mondo. Il fatto stesso che la primitiva chiesa fosse ricavata all’interno dell’abitazione di Zanibono, conferma l’essenzialità estrema della costruzione oltre alla scelta di dedicarla al santo eremita per eccellenza, cioè S. Antonio Abate. Si perde nella notte dei tempi il ricordo di un piccolo ospedale dei pellegrini, che per un solo anno (1231/1232), accolse i viandanti accanto alla chiesa in questo angolo di Ferrara ancora confinato tra i rami del Po. Probabilmente a quel tempo era presente una piccola comunità di non oltre cinque consacrati, se il Marchese Azzo VII conferisce a quel luogo l'”avvocazia” ovvero la tutela di enti e istituzioni ecclesiastiche da parte di un laico, generalmente un feudatario. La storia della chiesa nel Polesine, sorta come un germoglio tra le atmosfere umide e scure di un medioevo ancora legato a doppio filo alle vicende alterne di un territorio ostaggio delle acque, si intreccia con il fiorire gentile di una vocazione che fin da subito odora di santità. Perché è a lei, a Beatrice II, nata sui Colli Euganei nel 1226 dallo stesso Azzo VII d’Este, che per primo aveva donato protezione alla poverissima comunità di frati che risiedeva sull’isola, che nel 1257 viene consegnata quella chiesa con attigue proprietà e un grande orto. Ha inizio così una parabola di fede e storia che a Ferrara non ha eguali per intensità di ricchezza spirituale, umana, storica e per la bellezza di un contesto architettonico, che ancora oggi trascina il visitatore in un tempo e in uno spazio sospesi in un’oasi di inappagabile tranquillità.

Da Santo Stefano della Rotta al Polesine di Sant’Antonio
L’incontro con il Beato Arnaldo dei Cattanei, abate del Monastero padovano di Santa Giustina, che proprio alla corte degli Estensi aveva trovato rifugio per sfuggire alla crudeltà di Ezzelino da Romano e quel vivere fanciulla solitaria nella villa rurale fuori città nei pressi dell’isola di San Lazzaro, l’ambiente familiare forgiato prima dalla madre Giovanna di Puglia (morta quando la bambina era ancora in tenera età), poi dalla amabile matrigna, Mabilia Pallavicino, devota e assai religiosa, rendono Beatrice dono di grazia fin da bambina e desiderosa di promettersi a Dio soltanto. Così all’alba del 1254, la principessa estense si consacra a essere sposa del Signore nel Monastero di Santo Stefano della Rotta di Focomorto, in mezzo alle terre palustri nei pressi del canale Scorsuro, che scorreva a nord est dell’antica città. Con lei la fedele amica di una vita, Meltruda, damigella e, da quel giorno, sorella. L’esempio di vita fedele ai dettami di San Benedetto e le virtù di Beatrice, spinsero molte fanciulle, anche di nobile lignaggio, ad unirsi sempre più numerose a lei, dando così vita ad una comunità religiosa che faticava a rimanere racchiusa tra le mura del cenobio di Santo Stefano della Rotta. Fu per il trasferimento dei Padri Eremiti Agostiniani nella chiesa di Sant’Andrea, che nel 1257 Beatrice e le sue consorelle ottennero di stabilirsi definitivamente al loro posto, nel convento dotato di proprietà attigue e di un orto sul lembo di terra alla confluenza tra il Po di Primaro e il Po di Volano, il Polesine di Sant’Antonio.

Maestro Tigrino per il nuovo cenobio
La vendita di Sant’Antonio in Polesine alle Madri Benedettine, documentata da una conferma di rogito datata 8 febbraio 1257, delinea il profilo di un insediamento molto antico che gli studiosi pensano fosse costituito da “domos” con relativi “ortos”, cioè da quelle che furono le abitazioni dei frati agostiniani. L’idea è che il primitivo nucleo dell’attuale complesso di Sant’Antonio in Polesine, fosse costituito da un’umile chiesa affiancata da poche strutture ad uso collettivo e attorniata da casette nelle quali, a suo tempo, i religiosi vivevano in meditazione e coltivando ciascuno il proprio orto. L’arrivo di Beatrice e delle sue consorelle, diede inizio all’ampliamento delle strutture dell’ormai ex convento agostiniano già esistente. Nel 1258 si mise mano anche all’edificazione della chiesa annessa al Monastero e i lavori si protrassero per qualche decennio. Tradizione vuole che a progettare il nuovo spazio di Sant’Antonio in Polesine, sia stato Maestro Tigrino, architetto ferrarese. Di lui poco o nulla si sa, anche se gli archivi cittadini ci restituiscono più volte il suo nome in edifici costruiti nel primo cinquantennio del Duecento. La sua firma resta nello stile ogivale di alcune cappelle del coro interno alla chiesa e nel Chiostro delle Benedettine. Beatrice abitò queste mura per cinque anni, l’arco di quel che restava di tutta la sua breve vita, sempre obbediente all’ Abbadessa, in profonda umiltà, dimentica del suo alto lignaggio di rampolla di Casa d’Este e ricca solo delle sue privazioni, dei digiuni prolungati, delle penitenze e della preghiera fervente. Morendo nel 1262, non fece neppure in tempo a vedere il compimento delle tante opere architettoniche, che avevano preso vita intorno a lei da quando aveva fondato il Monastero. I lavori di ampliamento del Chiostro infatti, non consentiranno alle monache di abitarlo fino al 1264 (due anni dopo la morte di Beatrice), e nel 1268 erano ancora in corso.

La loggetta di rovere, il riposo della Beata, il cuore vivo del Monastero
È del 1267 un Breve di Papa Clemente IV che autorizza la demolizione del vecchio convento di Santo Stefano della Rotta per il riutilizzo di materiali da costruzione in Sant’Antonio in Polesine. Oggi incanta lo sguardo di chi accede al Chiostro interno della clausura, una loggetta in rovere al piano superiore del Monastero, costituita da colonnine duecentesche la cui appartenenza in origine era all’antico Chiostro di Santo Stefano della Rotta di Focomorto. Probabilmente queste vestigia dell’origine del complesso, assai rare in un territorio umido come quello padano e insieme antichissime, erano situate in un altro punto dell’edificio e lì riutilizzate dopo il suo ampliamento. I lavori di completamento della chiesa e del Monastero secondo gli Statuti del Comune di Ferrara, non erano però ancora compiuti all’alba dell’anno di grazia 1287. Intanto la devozione verso Beatrice anche dopo la sua morte, cresceva di giorno in giorno al punto che, nel 1270, il Vescovo Alberto Pandoni approvò il culto della Beata consentendo la celebrazione della Santa Messa sull’altare a lei dedicato. E lei riposava incorrotta nell’angolo del primo Chiostro del convento, accanto alla chiesa. Per 250 anni quel corpo santo, nonostante i lavaggi annuali con l’acqua che, prodigiosa, veniva distribuita agli ammalati, rimase integro e bello come nel giorno di gennaio in cui si abbandonò nelle braccia del suo amatissimo Sposo. Sono pochissime le documentazioni antiche da cui ricavare il possibile aspetto del Monastero nel XIV secolo. Si sa di contratti firmati sotto il portico della “casa d’ingresso nel cortile più esterno” e di un’altra “casa dei servitori” in un arco di tempo che va dal 1385 al 1396. L’intero complesso era circondato da un muro e tra il lato sud di quest’ultimo e l’argine del Po, c’era uno spazio di 40 metri occupato da umili case e orti, ma anche da botteghe di lanaioli a testimonianza di come fino al 1401 – anno in cui il marchese Niccolò III d’Este dette inizio alla trasformazione del ramo del Po ormai prosciugato nel rettilineo di via della Ghiara -, il quartiere intorno al Monastero fosse ancora costituito da edifici di fango e canne e abitato dalla povera gente del fiume.

Il respiro del Quattrocento
Le pagine dell’edificazione del Monastero di Sant’Antonio in Polesine si leggono per lo più attraverso gli stili architettonici che lo compongono. È verosimile che i lati nord e sud del portico di epoca trecentesca, fossero già stati iniziati nel secolo precedente e che il lato est, coevo agli altri per la presenza di tracce di un affresco di mano del maestro Altichiero e datato 1380, sia stato rimaneggiato nel Quattrocento. Intanto sull’area ricavata dal riempimento di un fossato, che tagliava da nord a sud i depositi di limo che costituivano l’isola del Polesine (in base ai ritrovamenti effettuati nelle campagne di studio effettuate durante il recupero del secondo Chiostro del Monastero), gravava già dal XIV secolo, un grande edificio conventuale di forma rettangolare, che conteneva con tutta probabilità, un Chiostro. Con il trascorrere del tempo, la fama della santità della fondatrice, il potere taumaturgico dell’acqua raccolta dalla lavatura del corpo di Beatrice e il nuovo assetto urbanistico sviluppato con l’edificazione di palazzi e case signorili sulla via della Ghiara, fecero acquisire grande importanza alla duecentesca chiesa di Sant’Antonio Abate, che vide finalmente la sua consacrazione il 26 febbraio 1413 per opera del vescovo Pietro Boiardi. Ed è proprio il Rinascimento estense a conferire grande importanza, nuova dignità e numerose trasformazioni al complesso benedettino, dagli echi pomposiani del nartece (il porticato esterno della facciata), all’edificazione di numerosi e vasti ambienti dove ospitare visitatori illustri, secondo quanto descritto negli Atti del Concilio Ecumenico tenutosi a Ferrara nel 1438. Vengono eseguiti molti lavori di rinnovamento e di decoro, realizzati affreschi nella cappella centrale (oltre al ciclo giottesco preesistente) commissionati nel 1413 e nel 1433 da suor Taddea De’ Boiardi e da suor Agnese Fontana, cosa non inusuale se si pensa che il Monastero, fin dall’epoca della Beata Beatrice, fu il luogo dove prendevano il velo le fanciulle più nobili della città. Tra loro anche Margherita, sorella di Borso d’Este, che vi entrò nel 1466. Ancora a metà del Quattrocento, il Monastero e la chiesa risultavano difficili da raggiungere, perché nonostante l’intervento di bonifica ad opera di Niccolò III d’Este, in alcuni periodi dell’anno l’acqua del fiume tornava ad avere la meglio sulla terra e riduceva di nuovo ad isola il terreno abitato dalle Benedettine. Nel 1451 questa situazione cessò definitivamente. Con l’aggravarsi dell’inaridimento dell’antico corso del Po, per ordine di Borso d’Este, vennero realizzate connessioni viarie, che collegavano questo territorio al resto della città. L’urbanizzazione nuova, che poneva al centro proprio il Monastero di Sant’Antonio in Polesine, venne protetta dall’erezione di grandi mura turrite e lineari a sud del complesso. Nel 1466, grazie a questa Addizione, il Polesine di Sant’Antonio resta totalmente inglobato intra moenia e i suoi abitanti diventano a pieno titolo, cittadini di Ferrara. Nel 1467 sono testimoniati lavori di riadattamento in corso nel Monastero e dagli scavi archeologici condotti in loco, appare chiaro come intorno alla metà del XV secolo “l’articolazione delle strutture preesistenti viene pesantemente sconvolta dalla costruzione di un gran corpo di fabbrica, che rappresenta sostanzialmente il fabbricato attualmente in uso. La struttura precedente venne tagliata in gran parte da questo nuovo edificio senza peraltro esserne interamente cancellata; la parte restante della struttura del Chiostro nel corso del XV secolo venne infatti riadattata per attività artigianali” (UNIFE, Facoltà di Architettura, Laboratorio di restauro dei monumenti A, A.A. 2009/2010). A metà del XV secolo, le monache vengono provviste di un grande coro ligneo di noce e di celle per dormire. È così abbandonata l’usanza antica di riposare insieme in un unico ambiente (RB 22,3), al piano superiore del Chiostro. Sono gli stessi anni in cui il dormitorio piccolo viene affrescato con splendidi medaglioni ad opera di un seguace di Cosmè Tura e il refettorio risplende nelle tarsie e nel decoro delle litanie dei santi.

La vita continua nel ricordo di una donna straordinaria
Sepolto nell’angolo del primo Chiostro del convento, proprio accanto al muro della chiesa, il corpo di Beatrice, nonostante i lavaggi annuali delle monache – per poter distribuire agli infermi l’acqua prodigiosa che insistentemente chiedevano -, restò incorrotto fino al 1512. Tra il 1527 e il 1530, mentre le spoglie mortali della Beata erano andate corrompendosi inesorabilmente, prese inizio un fenomeno straordinario, lento e costante: lo stillicidio di gocce d’acqua, che come perle preziose si staccavano dalla parte interna della pietra, che aveva custodito il corpo della principessa monaca. Un’acqua ritenuta taumaturgica e che ancora oggi, da ottobre a marzo, sgorga silenziosa da quella pietra. I resti della Beata riposano dal 1961 avvolti nella leggiadria di una maschera sepolcrale e in mani d’argento, sotto l’altare della cappella a lei dedicata. La fama dei prodigi legati a Beatrice, alla sua acqua, al suo esempio di vita, contribuì alla rettifica del suo culto secolare approvato nel 1774 da Papa Clemente XIV. Così, anche la sua casa nel Polesine di Sant’Antonio, continuò ad essere punto di riferimento spirituale per nuove vocazioni e di accoglienza misericordiosa per generazioni di ferraresi e pellegrini. Dopo il Concilio di Trento (1545/1563), la chiesa delle Madri Benedettine venne divisa in due parti: quella “esterna”, pubblica, che subì il rimaneggiamento barocco grazie al meraviglioso estro pittorico di Francesco Ferrari, e quella interna o “coro delle monache”, raggiungibile solo dal Monastero e di esso naturale prolungamento. Uno scrigno di capolavori: le immagini di scuola giottesca emiliano-romagnola – sorta di Bibbia dei poveri -, che trovano nella figurazione del Cristo che da solo sale sulla croce, il loro massimo compimento emotivo e iconografico; il meraviglioso Crocifisso quattrocentesco sull’architrave; il Compianto in terracotta e poi ancora gli echi cinquecenteschi, da Domenico Panetti alla bottega dei Filippi. La fine del XVI e l’inizio del XVII secolo segnano il rifacimento pressoché completo delle strutture esterne al complesso quattrocentesco, la costruzione di un altro fabbricato nell’area del Chiostro e il collegamento tra loro dei vari edifici edificati precedentemente. Gli ampliamenti del Monastero di Sant’Antonio in Polesine furono dettati dalla costante crescita di questa comunità di religiose. Nel 1629 le sorelle riunite sotto la Regola di San Benedetto erano oltre 100, per questo motivo durante l’abbaziato di Madre Taddea Bevilacqua, fu completato un nuovo edificio denominato “Secondo Chiostro”. L’intero complesso conobbe nell’arco del Settecento un periodo di grande prosperità anche economica se si pensa che documenti coevi riportano in numero di 108 le proprietà del Monastero. La Beata chiama irresistibilmente… e così ecco un’ala per le educande e il noviziato, nuove cucine, il forno, gli stallatici. In Sant’Antonio in Polesine c’è vita, c’è un angolo di pace e bellezza, si respira in tutto, il profumo forte e gentile della sua fondatrice.

Il vento della storia
Il vento della Rivoluzione che spira dalla Francia, l’Illuminismo, l’astro nascente di Napoleone, il disprezzo per qualsiasi riferimento al sacro, al divino, alla sfera dell’Oltre… Fioccano le soppressioni e anche Sant’Antonio in Polesine ne è vittima. Nel 1796 la chiesa di Beatrice viene chiusa al culto e nel Monastero trovano accoglienza monache provenienti da altri Ordini, tanto che il Monastero è adibito a reclusorio. Si può celebrare la Santa Messa, ma solo a porte chiuse, così l’ingegno della Superiora fa aprire una porta di collegamento tra la chiesa e il Chiostro della clausura. Restano lì le Benedettine dal canto gentile, sono sole e forti, sempre accanto alla loro Madre Beata, custodi fedeli di lei e nel contempo da lei custodite. Nulla dell’antico splendore del Monastero viene risparmiato; il decadimento non si arresta senza la cura quotidiana di quelle Madri che lo hanno abitato in ogni angolo dagli albori della storia. Un tempo padrone umili dell’intero complesso, nel 1910 le monache si vedono affidare dal Comune di Ferrara (che ha nel frattempo ricevuto gratuitamente dallo Stato Sant’Antonio in Polesine), soltanto la parte più antica, ma la più preziosa per storia e beni artistici, dove tutt’ora risiedono. Tante le manomissioni subite dall’intera area, a partire dal 1914, anno in cui il secondo Chiostro su via del Gambone viene trasformato in caserma e parte del primo ospita uno squadrone di cavalleria con annesso magazzino. La Seconda Guerra Mondiale allontana forzatamente quasi tutta la comunità dal convento. Rimangono solamente due o tre monache per garantire la continuità della preghiera e custodire il luogo: è il gennaio del 1944, ma appena quindici mesi dopo, nell’aprile del 1945, la Beata Beatrice ritrova intorno a sé, tutte le sue figlie spirituali. Le bombe avevano però danneggiato parti dell’architettura e sfregiato molta di quella bellezza antica. Dal 1948 al 1955, il Genio Civile avviò un’intensa fase di recupero e i lavori di restauro. E proprio questi lavori, hanno riportato in vita lacerti di strutture e opere duecentesche, riscoperto affreschi perduti, ridato nuovo uso ad ambienti lasciati da tempo abbandonati. La storia continua, la storia non ha mai fine dentro alle mura della casa di Beatrice, perché non ha mai fine la custodia e la meravigliosa parabola delle donne che ne seguirono e tutt’ora ne seguono, la straordinaria chiamata.

Il Monastero di Sant’Antonio in Polesine
Fasi costruttive

Università degli Studi di Ferrara
Dipartimento di Architettura
Corso di Studi in Architettura, A.A. 2009-2010
Laboratorio di Restauro
dei Monumenti A (IV anno)

Docenti: Prof.ssa Rita Fabbri, Arch. Veronica Balboni, Arch. Manlio Montuori

 

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