santi
Sant’Antonio abate
Tra il III e il IV Secolo, sotto l’Impero di Diocleziano, per sfuggire dalle persecuzioni alcuni cristiani si ritirano nelle zone montuose e nel deserto della Tebaide in Egitto. Terminate le persecuzioni, decidono di rimanere in quei luoghi per vivere una vita di silenzio e di solitudine, ormai attratti dall’esempio di Gesù che si ritirò nel deserto per combattere il demonio e vincerlo.
Con l’Editto di Costantino il numero dei Cristiani cresce, ma diminuisce il fervore religioso e l’integrità morale.
Quanti ricercano una profonda vita di fede, si allontanano dalle città e si rifugiano in posti isolati per poter incontrare Dio attraverso l’ascesi. La sequela del Cristo non si realizza più nel martirio come al tempo delle persecuzioni, ma col ‘martirio bianco’, cioè nell’offerta quotidiana della propria vita, nel distacco dalla propria volontà ceduta a Dio.
In questo contesto vive e opera Sant’Antonio Abate, da sempre considerato il Fondatore del Monachesimo Cristiano, anche se non è il primo a instaurare una vita eremitica e ascetica nel deserto della Tebaide. La sua vita e i suoi Detti (Apoftegmi) ci sono stati tramandati da Sant’Atanasio, Vescovo di Alessandria d’Egitto.
Sant’Antonio nasce nel 251 a Qumans, nel Medio Egitto, presso Eracleopoli, sulla riva occidentale del Nilo, in una famiglia cristiana, nobile e ricca. Studia in famiglia per non frequentare compagni che potrebbero indirizzarlo su una strada sbagliata.
Dopo la morte dei genitori rimase solo, con una sorella ancora molto piccola. Aveva circa diciotto anni, o forse venti, e si prendeva cura egli stesso della casa e della sorella. Non erano ancora passati sei mesi dalla morte dei genitori e mentre, come al solito, si recava nella casa del Signore, meditava tra sé e sé, e considerava tutto questo: come gli apostoli avessero lasciato tutto per seguire il Salvatore e come quelli di cui si parla negli Atti, venduti i propri beni, portassero il ricavato e lo deponessero ai piedi degli apostoli perché fosse distribuito a chi ne aveva bisogno e quale e quanto grande fosse la speranza riservata loro nei cieli. Pensando a queste cose, entrò nella casa del Signore e accadde che proprio in quel momento veniva letto il Vangelo; e sentì il Signore che diceva al ricco: Se vuoi essere perfetto, va’, vendi tutto quello che possiedi e dallo ai poveri; poi vieni, seguimi e avrai un tesoro nei cieli. Antonio, come se il ricordo dei santi gli fosse venuto da Dio stesso e come se la lettura fosse proprio per lui, subito uscì dalla casa del Signore, donò alla gente del suo villaggio i beni che aveva ereditato dai genitori – si trattava di trecento arure di terra fertile e buonissima – perché non creassero fastidi né a lui né alla sorella. Vendette poi tutti gli altri beni mobili che possedeva, ne ricavò una considerevole somma di denaro e la diede ai poveri, riservandone una piccola parte per la sorella. Entrato un’altra volta nella casa del Signore, come sentì il Signore che diceva nel Vangelo: Non preoccupatevi del domani, non poté più restare oltre, ma uscì e distribuì anche quei pochi beni ai poveri. Poi affidò la sorella a delle vergini conosciute e fedeli e la lasciò affinché fosse allevata nella verginità; egli stesso si dedicò all’ascesi davanti a casa sua, vigilando su di sé e sottoponendosi a una dura disciplina. Allora, infatti, non c’erano ancora in Egitto tante dimore di solitari e il monaco non conosceva ancora il grande deserto. Chi voleva vigilare su se stesso si dedicava all’ascesi in solitudine, non lontano dal proprio villaggio. Vi era allora, nel villaggio vicino, un anziano che dalla giovinezza si esercitava nella vita in solitudine. Antonio lo vide e gareggiò con lui nel bene (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 2-3).
Nei primi anni è molto tormentato da grandi tentazioni; molti dubbi lo assalgono sulla validità di questa vita solitaria. Su consiglio di altri Padri si stacca ancora più radicalmente dal mondo, chiudendosi in una tomba scavata nella roccia nei pressi del villaggio di Coma.
Poi Antonio si sposta verso il Mar Rosso sul monte Pispir in una fortezza romana abbandonata, con una fonte di acqua. È il 285 e rimane in questo luogo per 20 anni, nutrendosi solo con il pane che gli viene portato due volte all’anno. (Ma il demonio) per prima cosa cercò di distoglierlo dall’ascesi ispirandogli il ricordo delle ricchezze, la sollecitudine per la sorella, l’affetto per i parenti, l’amore per il denaro, il desiderio di gloria, il piacere di un cibo svariato e ogni altro godimento della vita. Infine gli suggeriva il pensiero di come sia aspra la virtù e quali fatiche richieda e gli metteva dinanzi la debolezza del corpo e la lunghezza del tempo. Insomma risvegliò nella sua mente una grande tempesta di pensieri, perché voleva distoglierlo dalla sua giusta decisione (Atanasio di Alessandria, Vita di Antonio, 5).
Con il tempo molte persone desiderano vivere vicino a lui. Antonio allora si dedica a curare i sofferenti operando guarigioni e liberazioni spirituali.
Il gruppo dei seguaci di Antonio si divide in due comunità, una a oriente e l’altra a occidente del fiume Nilo. Questi Padri del deserto vivono a gruppi in grotte e anfratti, sotto la guida di un anziano e con Antonio come guida spirituale.
Nel 311, durante la persecuzione dell’imperatore Massimino Daia, Antonio torna ad Alessandria per sostenere e confortare i cristiani perseguitati.
Tornata la pace, Antonio vive i suoi ultimi anni nel deserto della Tebaide dove, pregando e coltivando un piccolo orto per il proprio sostentamento, muore, all’età di 105 anni, nel 356.

apoftegmi
«Vidi tutte le reti del Nemico stese sulla terra e gemendo dissi: «Chi potrà sfuggire?». E udii una voce che mi disse: «L’umiltà».
«Alcuni rovinano il loro corpo con l’ascesi, ma poiché mancano di discernimento si allontanano da Dio».
«Dal prossimo ci vengono la vita e la morte. Perché se guadagniamo il fratello, guadagniamo Dio, ma se scandalizziamo il fratello, pecchiamo contro Cristo».
«Come i pesci muoiono se restano a lungo all’asciutto, così i monaci se indugiano fuori dalla cella o si trattengono tra gente del mondo, svigoriscono l’intensità della loro pace con Dio. È necessario dunque che come il pesce si affretta a ritornare nel mare, così anche noi ci affrettiamo a ritornare nella cella, perché non accada che indugiando all’esterno, dimentichiamo di custodire l’interno».
«Chi dimora nel deserto e cerca la pace, è liberato da tre guerre: quella dell’udito, della lingua e degli occhi. Gliene resta una sola: quella del cuore».
