storia e arte

Un’isola nella città

Oggi il Po “non cinge più col suo fluido, scintillante anello, l’isola di Sant’Antonio. (…) Al posto del Canale di Po, la Via della Ghiara, invece del letto del ramo maggiore, il fossato senz’acqua delle mura e la campagna, tutta verde d’erba e di piante” (M. Calura, L’isola sacra di Ferrara, 1933) .
Profuma di terra e di acqua, dei capricci del Grande Fiume, della vita di pescatori, merciai, tintori e lavandaie che scorre tra le case umili fatte di canne e fango, del paziente convivere con la natura padana sugli argini sorvegliati dai paraduri, la storia di questo fazzoletto di terra denominato Isola del Polesine. Un piccolo mondo passato dall’essere un’isola fluviale separata dal centro della città, a un’isola urbana inglobata nel tessuto civico attraverso la realizzazione di nuovi assi viari e l’edificazione dell’imponente cinta muraria per volontà di Borso d’Este.
L’isola di Sant’Antonio in Polesine – su cui nel 1257 venne fondato l’omonimo Monastero – tale rimase fino al 1451, all’affacciarsi del Rinascimento estense, che modificò in lungo e in largo l’aspetto di Ferrara, ma che comunque seppe conservare a questo incantevole angolo della città, quel profilo insulare che ancora oggi lo denota nella particolarità della topografia urbana e delle sue architetture. Il toponimo “Polesine” rivela infatti come il suddetto lembo di terra sporgesse dalle acque in un punto di defluenza tra i due antichissimi rami del Po, il Primaro e il Volano.
Nel 1300 il perimetro dell’isola, costituita da ingenti depositi di sabbie e di limo, era ancora nettamente delineato a sud del primitivo nucleo urbano della città, quella Ferrara che era sorta tra il VII e l’VIII secolo sulla strada romana per Padum nei pressi del guado del Po e dove venne trasferita la sede vescovile dall’ormai pericolosa Voghenza – preda di continue invasioni barbariche -, al più controllabile borgo di San Giorgio, situato sulla riva destra del Po, proprio di fronte al Castrum bizantino sulla riva opposta. L’esistenza di un Castrum a difesa di questo luogo, segna infatti l’inizio della storia di un nuovo centro abitato che si svilupperà su entrambi gli argini del fiume e che avrà come direttrice, l’asse Castrum – Vescovado di San Giorgio.
Agli inizi del XIV secolo, il canale che divideva l’isola di Sant’Antonio dal resto del mondo intorno, venne a poco a poco riempito e dal momento che il terreno si presentava poco consolidato, venne compattato con nutrite scariche di materiali di scarto. Ed è proprio su questo terreno che vide la luce un primo grande edificio con un’area centrale, molto probabilmente occupata da un chiostro. In quegli anni Ferrara – concessa in feudo dal Papa a Tebaldo di Canossa – avvia uno sviluppo orizzontale, seguendo lo scorrere delle acque lungo l’argine che, trovandosi in posizione più elevata, assicurava maggior tranquillità rispetto alle frequenti inondazioni del fiume. Ma la disastrosa Rotta di Ficarolo nel 1152 mutò per sempre l’assetto idrogeologico del territorio.
La deviazione del corso del Po a 10 chilometri più a nord della città, portò al progressivo inaridimento del ramo del Volano nei pressi del centro abitato. Quel mondo fatto di gente di acqua, che viveva di pesca, piccoli commerci fluviali e attività sposate alla tintura delle stoffe, dovette inesorabilmente arrendersi ad una nuova speranza di vita, quella legata all’economia agricola e alla bonifica dei terreni a nord della città. Nel 1086, con la trasformazione di Ferrara in libero Comune ghibellino, la necessità di asserragliarsi dentro mura difensive, porta il centro urbano ad essere una “città murata”, che non comprende il polesine di Sant’Antonio.
Con la successiva presa di potere degli Estensi, Ferrara non si amplierà più per annessioni, ma nel 1386, pianificando nuove aree nella Prima Addizione, il duca Niccolò III darà vita a un quartiere “premio” per la classe nobiliare, che lo appoggia nelle faide politiche locali. È di quegli anni l’interramento totale del canale, che ancora divideva l’isola dalla città, canale che si trasforma a tutti gli effetti in una strada. Con la Seconda Addizione datata 1451, sotto il ducato di Borso d’Este, che dà inizio a una serie di bonifiche al fine di ridonare vitalità al più antico nucleo cittadino (non più attraverso attività mercantili-fluviali, ma mercantili-agricole), l’isola di Sant’Antonio viene “saldata” definitivamente alla città e l’apertura di via della Ghiaja (attuale via XX Settembre) la ingloba all’interno delle nuove mura sul lato meridionale di Ferrara. Da quel momento in poi, Sant’Antonio in Polesine è per tutti “l’isola che non c’è”.

Ferrara e l’isola di Sant’Antonio in Polesine
analisi storica ed urbana

Università degli Studi di Ferrara
Dipartimento di Architettura
Corso di Studi in Architettura, A.A. 2009-2010
Laboratorio di Restauro
dei Monumenti A (IV anno)

Docenti: Prof.ssa Rita Fabbri, Arch. Veronica Balboni, Arch. Manlio Montuori

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